PARADISO - CANTO III

 
Interpretazione cabalistica di Franca Vascellari
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Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto,
di bella verità m’avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto;
 3

e io, per confessar corretto e certo
me stesso, tanto quanto si convenne
leva’ il capo a proferer più erto;
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ma visïone apparve che ritenne
a sé me tanto stretto, per vedersi,
che di mia confession non mi sovvenne.
 9
Luce (di Beatrice) che per prima ha scaldato col suo amore il cuore di Dante fanciullo, con la dimostrazione (del canto precedente sulle macchie della Luna) gli ha svelato ora la bella verità per cui egli vorrebbe palesare la propria adesione al suo pensiero alzando il capo per parlarle, quando gli appare una visione così avvincente da fargli dimenticare il suo proposito.
Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,
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tornan d’i nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte
non vien men forte a le nostre pupille;
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tali vid’io più facce a parlar pronte;
per ch’io dentro a l’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.
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stesso modo in cui vengono riflessi i contorni dei nostri visi da vetri trasparenti o da acque limpide non troppo profonde, evanescenti come una perla su una fronte bianca che colpisce appena i nostri occhi, così il Nostro vede i volti (di alcuni beati) pronti a parlare, per cui egli crede che siano riflessi e non reali, il contrario di ciò che accadde a quello (Narciso, Metamorfosi III, 407-510) che si innamorò della propria immagine rispecchiata nella fonte (v. in www.teatrometafisico.it  teatro mitologico il copione e la relativa interpretazione cabalistica).
Sùbito sì com’io di lor m’accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser, li occhi torsi;
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e nulla vidi, e ritorsili avanti
dritti nel lume de la dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
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appena egli li vede, ritenendoli appunto specchiati, riflessi, per capire chi siano, si volge indietro ma, non scorgendo nessuno, guarda di nuovo avanti, negli occhi rilucenti della sua Guida.
"Non ti maravigliar perch’io sorrida",
mi disse, "appresso il tuo püeril coto,
poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,
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ma te rivolve, come suole, a vòto:
vere sustanze son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.
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Beatrice a lui: “Non meravigliarti se sorrido al tuo infantile sbaglio; ancora commetti errori sulla realtà delle cose: costoro sono anime che si trovano qui (sul gradino più basso della beatitudine), perché mancarono ai loro voti…”

Questo cielo della Luna, il più basso e lento del Paradiso, è caratterizzato da una vena di malinconia elegiaca; il canto vive di luce riflessa, proprio come la Luna che illumina le nostre notti solo perché baciata dal sole. I volti dei beati sono come specchiati, evanescenti, perlacei, tali da suscitare il ricordo del mito di Narciso al contrario, perché il loro elemento acqueo, del sentimento, li rende fluidi e indefiniti. C’è in questo cielo una, seppure lieve, ‘macchia’, una ‘mancanza’, una oscurità, quella stessa che aveva fatto chiedere al Nostro la ragione delle ‘macchie lunari’: i beati di questo cielo mancarono ai loro voti, in particolare al voto di castità. Teniamo presente che per la Kabbalah la Sephirah Yesod (il Fondamento) ha, come riferimento al corpo umano gli organi genitali, metafora della forza vitale della Creazione; allorché  si prendono i voti, l’energia sessuale viene spostata di piano e, nelle nozze col Cristo, i ‘figli’ vengono ad essere non più fisici, ma di natura sottile, spirituale. Mancare ai voti produce ombra là dove avrebbe dovuto esserci nuova splendente Luce.
Però parla con esse e odi e credi;
ché la verace luce che le appaga
da sé non lascia lor torcer li piedi".
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E io a l’ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza’ mi, e cominciai,
quasi com’uom cui troppa voglia smaga:
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Parla con loro, ascolta e credi; la Luce che appaga non li fa allontanare”. E Dante allo spirito che più gli sembra desideroso di comunicare, si rivolge come uno tutto smagato (= senza forza per l’emozione):
"O ben creato spirito, che a’ rai
di vita etterna la dolcezza senti
che, non gustata, non s’intende mai,
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grazïoso mi fia se mi contenti
del nome tuo e de la vostra sorte".
Ond’ella, pronta e con occhi ridenti:
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spirito creato per il bene, che nella vita eterna godi di quella beatitudine che se non è provata non si può conoscere, dimmi chi sei e parlami della vostra condizione, mi sarà assai gradito”. E quella, subito e con gli occhi sorridenti a lui:
"La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come quella
che vuol simile a sé tutta sua corte.
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I’ fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben sé riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella,
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ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.
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nostra carità risponde al giusto desiderio come l’Amore divino chiama a Sé la sua corte (celeste). Nel mondo terrestre fui suora; e, ricordando bene, dovresti riconoscermi anche se la beatitudine mi ha resa più bella: sono Piccarda (= che si scava; Donati, sorella di Corso e Forese, v. Purgatorio canto XXIV v. 10; fu presa forzatamente dal convento dal fratello Corso e fatta maritare per interessi politici), beata tra i beati della sfera più lenta…”

Nel Paradiso, luogo di beatitudine e amore, la carità rende i beati solleciti ed esaudire i desideri del prossimo, ed esaudirli procura loro maggior gioia, anche se il ricordo del male terreno compiuto da altri e subìto, risveglia una pacata malinconia, tuttavia il completo abbandono alla Volontà divina, che genera la beatitudine presente, fa sì che questo cielo, corrispondente al centro che è il ricettacolo di tutte le Sephiroth superiori, divenga come un ponte tra il mondo di Briah, mentale e quello di Atziluth, causale, (tra Purgatorio e Paradiso) in una graduale ascesa verso la sempre maggior perfezione dell’Albero.
Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer de lo Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.
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E questa sorte che par giù cotanto,
però n’è data, perché fuor negletti
li nostri voti, e vòti in alcun canto".
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I nostri affetti che si infiammano solo per ciò che è gradito allo Spirito Santo, gioiscono perché conformi all’Ordine divino. Noi stiamo qui, nella parte più bassa del Paradiso, perché non mantenemmo i nostri voti che furono perciò in parte inosservati”.
Ond’io a lei: "Ne’ mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta da’ primi concetti:
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però non fui a rimembrar festino;
or m'aiuta ciò che tu mi dici, che raffigurar m'è più latino. 63

Ma dimmi: voi che siete qui felici,
disiderate voi più alto loco
per più vedere e per più farvi amici?".
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Dante a lei: “Nel vostro aspetto appare qualcosa di divino che trasfigura l’aspetto terreno: per questo non ti ho ricordata subito; ma ora ciò che (di te) mi hai detto, mi aiuta a riconoscerti. Ma dimmi ancora: voi che dimorate qui felici, non desiderate essere più in alto per essere più vicino al Signore?”

Con quelle altr’ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco:
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"Frate, la nostra volontà quïeta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel
ch’avemo, e d’altro non ci asseta. 72
insieme agli altri spiriti prima sorride, poi risponde piena di letizia, ardente d’amore divino: “Fratello, la nostra volontà è colma di amore celeste che ci fa desiderare solo quello che ci compete e null’altro…”
Se disïassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne cerne;
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che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in carità è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri.
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Se desiderassimo stare più in alto, saremmo in disarmonia con Colui che ci ha posto qui; questo non succede,  perché qui si vive in carità, carità di cui devi conoscere la natura…”
Anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro a la divina voglia,
per ch’una fansi nostre voglie stesse;
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sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace
com’a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.
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E ’n la sua volontade è nostra pace:
ell’è quel mare al qual tutto si move
ciò ch’ella crïa o che natura face".
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Condizione essenziale della nostra beatitudine è aderire alla Volontà divina a cui la nostra si conforma; il nostro stato, di cielo in cielo, è gradito a tutti nel regno celeste come è gradito al Signore che ci fa desiderare la sua Volontà. In Essa è la nostra pace, come un mare a cui giunge ogni cosa da Lei creata o prodotta dalla natura”.

Con il personaggio Piccarda (= da ‘piocheur’ = scavatore, che scava, che ‘si’ scava), il Nostro affronta a livello atzilutico la sua ‘Luna’; da essa, scavandosi, apprende che nel mare delle esperienze, anche negative, l’unico modo per giungere alla Pace è accettare totalmente la Volontà del Cielo, il che rende ricolmi di felicità a ogni gradino esistenziale, sia in basso che in alto perché l’accettazione è la beatitudine.
Chiaro mi fu allor come ogne dove
in cielo è paradiso, etsi la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove.
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Ma sì com’elli avvien, s’un cibo sazia
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia,
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così fec’io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse infino a co la spuola.
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che al Nostro appare allora chiaro come dovunque in cielo sia beatitudine,  paradiso (= dall’iranico ‘pairi daeza’ = giardino del Signore, in ebraico ‘pardes’), anche se la Grazia divina vi è diversamente distribuita. E come avviene per uno che, sazio di un cibo ne ha voglia di un altro, e ringrazia di quello avuto e ne chiede di questo, così fa Dante per sapere da Piccarda della sua tela lasciata a metà (cioè del suo voto inadempiuto).
"Perfetta vita e alto merto inciela
donna più sù", mi disse, "a la cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,
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perché fino al morir si vegghi e dorma
con quello sposo ch’ogne voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.
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Piccarda a lui: “Una vita di perfezione e un alto merito pongono in un cielo più alto una donna (s. Chiara di Assisi 1194-1253, fondatrice dell’Ordine delle Clarisse) per la cui ‘regola’ le suore prendono il velo vivendo in castità tutta la vita con quello Sposo (il Cristo) che accetta ogni voto che l’amore rende conforme al suo volere…”
Dal mondo, per seguirla, giovinetta’
fuggi’ mi, e nel suo abito mi chiusi
e promisi la via de la sua setta.
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Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
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Per seguire la sua ‘regola’, giovinetta rinunciai al mondo e divenni suora (Clarissa). Poi uomini abituati al male, mi strapparono dal dolce convento e Iddio sa quale (sofferenza) fu poi la mia vita…”
E quest’altro splendor che ti si mostra
da la mia destra parte e che s’accende
di tutto il lume de la spera nostra,
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ciò ch’io dico di me, di sé intende;
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l’ombra de le sacre bende.
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Quest’altro spirito splendente che sta alla mia destra e che si illumina di tutta la luce di questo cielo, ha avuto la mia stessa sorte: fattasi suora, fu costretta a svestire l’abito.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta
contra suo grado e contra buona usanza,
non fu dal vel del cor già mai disciolta.
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Quest’è la luce de la gran Costanza
che del secondo vento di Soave
generò ’l terzo e l’ultima possanza".
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Ma benché riportata a forza nel mondo, mai si tolse il velo dal cuore. Questa è la Luce di Costanza (= assidua nella fede; d’Altavilla, Sposa di Enrico VI di Svevia, gli portò in dote la Sicilia, fu madre di Federico II, la notizia della sua monacazione non ha fondamento storico), che dal secondo imperatore di Svevia generò il terzo ed ultimo rappresentante”.

La natura umana, come Piccarda (che si scava) o Costanza (che è assidua nella fede), se ha scelto di diventare la sposa del Cristo (Daath, la Coscienza) e, per motivi indipendenti dalla sua volontà è costretta a mancare ai voti, cioè a togliersi il velo fisico, ma tuttavia conserva il vel del cor , ugualmente può aspirare alla beatitudine celeste e raggiungere il primo cielo, perché è il cuore  (Tiphereth) che va donato al Sé, ed è la sua fioritura che conduce alla realizzazione delle Nozze mistiche.
Così parlommi, e poi cominciò ’Ave,
Maria’ cantando, e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.
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La vista mia, che tanto lei seguio
quanto possibil fu, poi che la perse,
volsesi al segno di maggior disio,
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e a Beatrice tutta si converse;
ma quella folgorò nel mïo sguardo
sì che da prima il viso non sofferse;
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e ciò mi fece a dimandar più tardo.

Detto questo, Piccarda inizia a cantare ‘Ave Maria’ e cantando, svanisce, come nell’acqua qualcosa di pesante. Gli occhi di Dante la seguono per quanto è possibile, poi, quando la sua immagine è scomparsa, si rivolgono, verso l’oggetto del loro maggior desiderio, verso Beatrice. Ma la sua Luce abbaglia a tal punto il Nostro che quasi non la sopporta; e lo rende più lento a porle domande.

Il primo contatto con uno spirito beato, che ha reso il Nostro quasi com’uom cui troppa voglia smaga (v. 36), termina con  Piccarda che canta la preghiera alla Vergine (la natura umana santificata) e svanisce  come per acqua cupa cosa grave (perché il suo compito è terminato): attraverso di lei Dante ha conosciuto l’Albero di  Yesod del suo Atziluth e percorrendolo, è giunto a Daath, (che è poi sempre Beatrice) la cui Luce si è accresciuta per il nuovo stato di Coscienza acquisito.



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