PARADISO - CANTO XXX

 
Interpretazione cabalistica di Franca Vascellari
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Forse semilia miglia di lontano
ci ferve l’ora sesta, e questo mondo
china già l’ombra quasi al letto piano, 3

quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo,
comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
perde il parere infino a questo fondo; 6

e come vien la chiarissima ancella
del sol più oltre, così ’l ciel si chiude
di vista in vista infino a la più bella. 9
E’ l’alba quando manca un’ora al sorgere del sole ed è mezzogiorno (l’ora sesta) alla distanza di sei miglia; (è l’alba) quando la Terra proietta la sua ombra orizzontalmente e quando l’atmosfera, alta rispetto alla terra, si trasforma in modo tale che qualche stella inizia già a scomparire; e infine quando quaggiù (sulla terra) appare l’ancella del Sole (l’aurora), il cielo spegne le sue luci ad una ad una, e per ultima la più splendente.

 

 Ancora una volta è suggerita l’ora ‘giusta’ per conoscere o meglio per ‘vedere’ l’Empireo, il nostro decimo cielo, la componente spirituale più alta dell’animo, il Sé: un’ora prima dell’alba, quando ‘la terra fa l’ombra orizzontale’, cioè quando l’ombra non si erge a mettere in pericolo l’aspirazione verso il Divino, quando la luce dorata del Sole oscura tutte le notturne luci minori, le stelle, vale a dire quando anche quelle che sembrano qualità spirituali eccellenti (le gerarchie angeliche che abbiamo fatto corrispondere  alla Sephirah Chockmah, la Sapienza, v. canto XXVII vv. 97-111) svaniscono perché appare il Punto luminosissimo che è il Principio di tutto: la Sephirah Kether, la Corona.

Non altrimenti il trïunfo che lude
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude, 12

a poco a poco al mio veder si stinse:
per che tornar con li occhi a Bëatrice
nulla vedere e amor mi costrinse. 15
Allo stesso modo (a poco a poco) scompare dalla vista del Nostro il trionfo dei cori angelici, che gioiscono intorno al Punto luminosissimo (v. Paradiso XXVIII 1-45), a quel Principo divino, che sembra racchiuso da quelli che Egli racchiude: così ora Dante, non vedendo nulla, a causa del suo amore per Beatrice, torna di nuovo a rimirarLa.

 

Ma la visione di questa Sephirah (Kether) supera di gran lunga tutte le capacità umane del Discepolo sul Sentiero, solo uno slancio d’amore incondizionato e un’ulteriore concentrazione su Beatrice, l’Intuizione, specchiatura di Quel Principio, permette di cercare una qualche possibilità di contatto.

Se quanto infino a qui di lei si dice
fosse conchiuso tutto in una loda,
poca sarebbe a fornir questa vice. 18

La bellezza ch’io vidi si trasmoda
non pur di là da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda. 21
La bellezza che egli ora vede (in lei) è aldilà di ogni possibile godimento umano e probabilmente solo il suo Fattore può goderla interamente. Se quello che Dante ha detto finora sulla grazia della sua Donna potesse essere contenuto in un’unica lode, questa sarebbe (sempre) insufficiente al compito (di elogiarLa adeguatamente).

 

Quando le parole non son più adeguate a descrivere l’Indescrivibile l’unica possibilità che rimane è quella di dire che non ci sono parole, e che quello che viene detto non è ciò che dovrebbe essere detto. La scuola di religione induista ‘l’Advaita (= non duale) Vedanta (= scopo ultimo della Conoscenza)’, per definire la Realtà dice ‘neti-neti’ (= non questo-non questo), per dire ‘Altro’.
Da questo passo vinto mi concedo
più che già mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o tragedo: 24

ché, come sole in viso che più trema,
così lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema. 27
Il Discepolo si dichiara inadeguato a tale compito, più di quanto lo siano mai stati altri poeti su argomenti comici (= comuni) o tragici (sublimi): perché il solo ricordare il sorriso di Lei lo priva della mente, come fa il sole che acceca (chi ha) una vista debole.
Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso
in questa vita, infino a questa vista,
non m’è il seguire al mio cantar preciso; 30

ma or convien che mio seguir desista
più dietro a sua bellezza, poetando,
come a l’ultimo suo ciascuno artista. 33
Dal primo giorno in cui  ha veduto il suo volto, in vita, fino a questa visione (paradisiaca), egli è sempre riuscito col suo canto a descrivere la di Lei bellezza, ma ora è arrivato il momento di desistere, come ogni artista giunto al limite delle sue possibilità.

 

Quando le parole sono terminate, quando anche la descrizione ‘negativa’ (non è questo, non è questo) ha svolto il suo compito non resta che il silenzio.
Cotal qual io la lascio a maggior bando
che quel de la mia tuba, che deduce
l’ardüa sua matera terminando, 36

con atto e voce di spedito duce
ricominciò: «Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: 39

luce intellettüal, piena d’amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore. 42

Qui vederai l’una e l’altra milizia
di paradiso, e l’una in quelli aspetti
che tu vedrai a l’ultima giustizia». 45
Perciò mentre egli cede il compito (di descrivere la sua bellezza) a un poeta maggiore, ecco che (Beatrice) con voce e modi di guida sicura, gli dice: “Noi abbiamo lasciato il cielo più grande (il nono cielo, Cristallino o Primo Mobile) e siamo entrati nel cielo (Empireo) di pura Luce, Luce intellettuale, piena d’Amore, Amore di vero Bene, piena di Letizia che trascende ogni dolzore (= dolcezza). Qui vedrai i due eserciti (le schiere angeliche e i beati) e questi con lo stesso aspetto che avranno alla fine dei tempi”

 

Ma ancora il Nostro non ha terminato la sua Commedia e quindi riprende a far descrivere il Paradiso a Beatrice, la bellezza di Lei è indescrivibile, ma le sue parole sono ancora necessarie al compimento dell’Opera.

 

Abbiamo già detto che possiamo far corrispondere l’Empireo alla Sephirah Kether della Kabbalah. Kether significa la Corona, e Kether di Atziluth è la ‘Corona metafisica’ dell’Adam Qadmon, l’Uomo Primigenio Archetipico. Per alcuni cabalisti Kether, essendo ‘oltre’ la testa fa già parte dell’ En Sof (= Uno Infinito o Nulla Infinito) e quindi di Kether non si dovrebbe poter dire nulla; per altri (quelli che non considerano Daath come una Sephirah) è la prima Sephirah. In entrambi i casi ‘la Corona’ è il simbolo dell’ Assoluto Potere e Gloria della Divinità, chiamata anche l’Intelligenza Nascosta ‘Temirah Dekol Temirin’ (= la più Nascosta di tutte le cose nascoste) e anche ‘Un Oceano creativo di Nulla’. Ecco altri Nomi di Kether: Antico degli Antichi, Antico dei Giorni, il Punto Primordiale, il Punto dentro il Circolo, Lux Occulta, Lux interna, Egli, ecc. Riportiamo qui, tratta da ‘Kabbalah’ di Gabriella Samuel ed. Oscar Mondadori, anche una breve definizione dell’ Adam Qadmon: “L’espressione ‘Adam Qadmon’ viene usata per simboleggiare il Corpo di D*o; il suo significato è ‘Uomo Primordiale’ ed è una metafora ‘degli Attributi divini’; è composto dalle dieci Sephiroth (Chokmah, Binah, Daath, Chesed, Geburah, Tiphereth, Netzach, Hod, Yesod e Malkuth). In seguito allo Tzim-Tzum (il processo della Creazione), la prima emanazione fu l’‘Adam Qadmon’, il Regno della chiarezza e della Luce luminosa; tale Mondo è così sublime da risultare completamente inseparabile dall’En Sof (il Nulla Infinito) da cui emanano tutte le Sephiroth; questo Quinto Mondo (dopo i quattro mondi: fisico, astrale, mentale e spirituale), viene indicato come ‘Kether Eljon’ (Corona Suprema)”.

Come sùbito lampo che discetti
li spiriti visivi, sì che priva
da l’atto l’occhio di più forti obietti, 48

così mi circunfulse luce viva,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla m’appariva. 51
Come un improvviso lampo colpisce gli organi visivi e l’occhio non può più discernere gli oggetti  luminosi, così il Nostro viene circonfulso da una Luce potente che lo avvolge col suo fulgore come un velo,  sicché egli non vede più nulla.

 

Ritroviamo qui l’eco della esperienza paolina (Atti degli Apostoli 22, 6-11): ‘Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo rifulse attorno a me, caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Risposi: Chi sei, o Signore? Mi disse: Io sono Gesù il Nazareno che tu perseguiti... ecc.. E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni giunsi a Damasco...ecc..’
«Sempre l’amor che queta questo cielo
accoglie in sé con sì fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il candelo». 54

Non fur più tosto dentro a me venute
queste parole brievi, ch’io compresi
me sormontar di sopr’ a mia virtute; 57

e di novella vista mi raccesi
tale, che nulla luce è tanto mera,
che li occhi miei non si fosser difesi; 60

e vidi lume in forma di rivera
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera. 63
“Sempre l’Amore che rende immobile questo cielo accoglie in Sé con sì fatta salute (= con tale saluto che è insieme salvezza), per adeguare la candela al suo Fuoco”. Appena percepite queste brevi parole Dante comprende di aver superato il limite della mente; gli torna la vista, e tanto acuta che può sopportare qualunque splendore; ed ecco che scorge una Luce a forma di rivera (= dal francese ‘rivière’= fiume) dal fulgore rosato, tra due rive mirabilmente fiorite.

 

Per far disposto a sua fiamma il candelo’: questo bellissimo verso dantesco mostra la generosità senza limiti della Grazia divina che ‘Si’ dona alla creatura adeguandola a Sé. Ed ecco il salto di qualità: il Discepolo era cieco per la troppa Luce, ma ora, ‘registrato’ opportunamente, può ‘vedere’ l’Empireo e nell’Empireo, nel Luogo della non-Mente, in Kether.
Di tal fiumana uscian faville vive,
e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
quasi rubin che oro circunscrive; 66

poi, come inebrïate da li odori,
riprofondavan sé nel miro gurge,
e s’una intrava, un’altra n’uscia fori. 69
Dalla corrente del fiume escono faville vive, che si incastonano nei fiori come rubini ornati d’oro; poi, come inebriate dalle fragranze (di quelli), sprofondano di nuovo nello splendido gorgo, una entrando e l’altra uscendo.

 

‘Luci e fiori’ sono gli angeli e i beati che risiedono nell’Empireo e sono così descritti per poter essere ‘indicati’ in qualche modo. Come descrivere altrimenti la ‘Bellezza non-Bellezza’?
«L’alto disio che mo t’infiamma e urge,
d’aver notizia di ciò che tu vei,
tanto mi piace più quanto più turge; 72

ma di quest’ acqua convien che tu bei
prima che tanta sete in te si sazi»:
così mi disse il sol de li occhi miei. 75
E il sole dei suoi occhi (Beatrice) dice al Discepolo: “L’alto desiderio che ti spinge a chiedere notizie di ciò che vedi, tanto mi piace quanto più è intenso; ma ora conviene che tu beva quest’acqua, prima di dissetare la tua sete (di conoscenza)”.

 

Una prima visione dell’Empireo è già stata concessa al Discepolo, ma non è ancora completa, è solo approssimativa, perché la Sua vera Conoscenza deve avvenire per gradi, infatti alla vista deve seguire l’assunzione di quel Fiume divino, di quell’Acqua di Vita, a cui egli deve dissetarsi. Cfr. in www.taozen.it Testi sacri ‘Commento al vangelo di Giovanni’, l’episodio dell’incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo di Giacobbe (Gv. 4, 14): ‘... chi beve dell’Acqua che Io gli darò, non avrà più sete, anzi, l’Acqua che Io gli darò diventerà in lui sorgente di Acqua che zampilla per la Vita eterna’.
Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi
ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe
son di lor vero umbriferi prefazi. 78

Non che da sé sian queste cose acerbe;
ma è difetto da la parte tua,
che non hai viste ancor tanto superbe». 81
E quindi Beatrice aggiunge: “Il fiume (di luce) e le gemme che entrano ed escono e lo splendore dell’erba (i fiori) sono umbriferi prefazi (= attenuate anticipazioni) della verità che racchiudono; non per loro incompletezza, ma a causa della tua vista ancora fragile e imperfetta”.

 

Gli umbriferi (dal sanscrito ‘abhra’ = nube, velo e dal latino ‘fero’ = porto) prefazi (dal latino ‘prae fari’ = detto prima), le attenuate anticipazioni, adombrano le verità (le luci) che ancora il Discepolo non è in grado di sostenere; come abbiamo già detto, la visione dell’Empireo gli è concessa gradualmente, per adeguare le vibrazioni del suo animo a quelle sublimi del Luogo  non-Luogo.
Non è fantin che sì sùbito rua
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da l’usanza sua, 84

come fec’ io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
che si deriva perché vi s’immegli; 87

e sì come di lei bevve la gronda
de le palpebre mie, così mi parve
di sua lunghezza divenuta tonda. 90
Subito il Discepolo si piega verso quel Fiume più lesto del neonato che si volge precipitosamente verso il latte (per nutrirsi), allorché si sveglia più tardi del solito; Dante si china verso quell’Acqua che scorre perché vi s’immegli (= perché vi si diventi migliori), per accrescere la sua vista; e appena le sue ciglia si dissetano a quella Fonte, ecco che la vede mutare da fiume in lago (di luce).

 

La similitudine col neonato affamato rende bene l’imperioso bisogno del Nostro di ‘bere’ l’Acqua di Luce che (lo) immeglia, che lo rende migliore; difatti egli si china (= s’inchina reverente) alla Fonte e ne ‘beve’ con gli occhi (e con tutto se stesso) ed ecco la divina Visione si trasforma: non più Fiume di Luce (che si snoda in lunghezza, in divenire), ma Lago di Luce, di forma ‘circolare’, che rappresenta ‘l’Essere’, il che ci ricorda uno dei Nomi di Kether: ‘il Punto dentro il Circolo’.
Poi, come gente stata sotto larve,
che pare altro che prima, se si sveste
la sembianza non süa in che disparve, 93

così mi si cambiaro in maggior feste
li fiori e le faville, sì ch’io vidi
ambo le corti del ciel manifeste. 96
Poi, come gente che si cela sotto la maschera (larva dal celtico ‘larrua’ = maschera di cuoio) e appare diversa da prima quando se la toglie, così si trasformano i fiori e le faville nei due eserciti (di angeli e beati) del Paradiso.
O isplendor di Dio, per cu’ io vidi
l’alto trïunfo del regno verace,
dammi virtù a dir com’ ïo il vidi! 99

Lume è là sù che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace. 102
O Luce divina, per la tua Bontà il Discepolo può vedere il trionfo del Regno della Verità, concedigli anche la grazia di poterLo descrivere come l’ha veduto! Lì è la Luce che rende visibile il Creatore alla creatura, la quale può raggiunge la sua pace solo in Lui.

 

Riportiamo qui alcuni commenti che dimostrano quanto il Nostro tale grazia l’abbia ricevuta davvero: “Nessuno aveva fatto sentire il divino con tale trionfo di luce, con tale estatico incanto pur nella lucidità del linguaggio” (Maggini).

“Una delle più alte voci della poesia della terza cantica...un motivo visivo e figurativo che traduce un complesso mondo spirituale e religioso” (Getto).

“Questo rito di graduali approssimazioni... è simbolo della faticosa ascensione contemplativa verso le verità più alte” (Montanari).

Il Discepolo sul Sentiero, vero poeta Iniziato, che ha messo a Servizio il suo genio, ancora dopo sette secoli ci offre il suo esempio e insegnamento; gliene siamo grati e nel nostro piccolissimo speriamo di aver contribuito alla Causa.
E’ si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura. 105

Fassi di raggio tutta sua parvenza
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza. 108
Questa Luce ha una forma circolare talmente ampia che sarebbe troppo larga come cintura del sole. Essa appare come un raggio riflesso dalla sommità del Primo Mobile, che riceve da Lei vita e potenza.
E come clivo in acqua di suo imo
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando è nel verde e ne’ fioretti opimo, 111

sì, soprastando al lume intorno intorno,
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di noi là sù fatto ha ritorno. 114
E come una collina si specchia nell’acqua in basso, per vedere la sua bellezza quando è tutta verde e fiorita, così quelli che sono tornati in cielo (i beati), stando intorno al lago di Luce, vi si specchiano, (come disposti) in mille gradini.
E se l’infimo grado in sé raccoglie
sì grande lume, quanta è la larghezza
di questa rosa ne l’estreme foglie! 117

La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e ’l quale di quella allegrezza. 120

Presso e lontano, lì, né pon né leva:
ché dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva. 123
E se il gradino più basso, accoglie una Luce così ampia, (si immagini) l’ampiezza dei petali esterni di questa Rosa! Ma ora la vista del Nostro non si smarrisce nell’ampiezza o nell’altezza, ma è capace di contenere tutta questa letizia. Qui vicinanza o lontananza non hanno più senso, perché nel Regno del Signore le leggi della natura sono trascese.

 

Siamo giunti così alla descrizione e visualizzazione della Candida Rosa. Domenico Muggia nella sua nota a pag. 46 delle ‘Nuove tavole dantesche – Paradiso’ ed. Cetim (Bresso Milano) dice:

“....Nella tavola si è rinunciato a voler ‘geometrizzare’ ciò che in Dante è rimasto molto più sfumato: l’Empireo dantesco è cielo immateriale, fuori del tempo e dello spazio e sarebbe quindi non solo inesprimibile (non riproducibile con parole e con figure), ma addirittura impensabile, inintellegibile, in termini umani. Rimanendo quindi assurdo tentar di ottenere una rappresentazione grafica che rispetti una improponibile prospettiva spaziale, si è adottata la riproduzione che permette di cogliere con maggior evidenza le corrispondenze tra cori angelici e cieli. (v. fig. pag. 47 del testo citato: in basso 9 cerchi concentrici a indicare i cieli con al centro la terra, poi in mezzo alla pagina la Candida Rosa e in alto altri 9 cerchi concentrici a indicare le 9 gerarchie angeliche corrispondenti ai vari cieli, con al centro ‘Dio’ unito al cuore della Rosa da una freccia).
Nel giallo de la rosa sempiterna,
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che sempre verna, 126

qual è colui che tace e dicer vole,
mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
quanto è ’l convento de le bianche stole! 129
Beatrice
ora conduce l’Amato, che pure tacendo (le) parla, nel cuore dell’eterna Rosa che si apre in vaste gradinate ed emana profumo di lode al Sole sempre primaverile (dal latino ‘ver’ = primavera), e gli dice: “Ammira la vastità dell’assemblea dei beati vestiti di bianco!...”

 

Nella nostra interpretazione cabalistica la Candida Rosa, corrispondendo l’Empireo alla Sephirah Kether, viene ad essere proprio la ‘Corona’ (il cui diminutivo ‘Corolla’ si adatta bene alla ‘Rosa’) formata dagli angeli e dai beati in bianche stole disposti ‘Là’ come in un immenso anfiteatro. (v. www.taozen.it Testi sacri Apocalisse 7, 9 : ‘ ...Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani’). Quando il Discepolo sul Sentiero, ormai Iniziato, realizza la fioritura di Kether, la Sephirah corrispondente al centro sopra la testa (la Corona), può veramente dire: ‘Io e il Padre siamo Uno’ (Giovanni 10, 30), in quanto Kether fa completamente parte della Divinità, non è accessibile all’uomo che non si sia indiato, perchè sta ‘Oltre’ la persona e la personalità. L’Essenza di Kether è il puro ‘Ratzon’ (= Volontà divina) ed è al disopra delle capacità umane più spirituali: Saggezza (Chokmah) Comprensione (Binah) e Coscienza (Daath).
Vedi nostra città quant’ ella gira;
vedi li nostri scanni sì ripieni,
che poca gente più ci si disira. 132

E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
per la corona che già v’è sù posta,
prima che tu a queste nozze ceni, 135

sederà l’alma, che fia giù agosta,
de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia
verrà in prima ch’ella sia disposta. 138
“... Prima che tu partecipi a queste nozze (Unione Mistica)  ammira la grandezza della nostra città (Gerusalemme) celeste; guarda quanto sono numerosi i seggi e quanti pochi ne rimangono ancora vuoti. Quel trono grande, che richiama la tua attenzione per la corona che lo orna, è destinato alla grande anima di Arrigo che cercherà di raddrizzare l’Italia prima del tempo...” (Arrigo = Enrico = capo di casa; VII di Lussemburgo, eletto imperatore nel 1308, scese in Italia nel 1310 e morì nel 1313 senza aver realizzato il suo sogno di restaurare l’Impero; ricordiamo che la Commedia si svolge nel 1300, ma che Dante ha scritto la cantica del Paradiso negli anni 1316-21).

 

Quasi a rallentare l’ascesa mistica del suo Amato nel cuore della Rosa, Beatrice ora lo invita a guardare un seggio ‘vuoto’ (ovviamente ‘coronato’ – siamo in Kether). E’ il trono destinato ad Arrigo VII. A quale componente interiore di Dante lo possiamo riferire? Al suo Imperatore (relativo alla Sephirah Chesed), ‘capo di casa’ (Enrico) che, pur volendo restaurare ‘l’Impero’, il Regno (relativo alla Sephirah Malkuth), però non ci riesce per la impreparazione dello stesso... Ma ecco che così dal centro Kether (sopra la testa) siamo ritornati a porre l’attenzione sul centro Malkuth (alla base, al ‘piede’ della colonna vertebrale)...

simili fatti v’ha al fantolino
che muor per fame e caccia via la balia. 141

E fia prefetto nel foro divino
allora tal, che palese e coverto
non anderà con lui per un cammino. 144

Ma poco poi sarà da Dio sofferto
nel santo officio; ch’el sarà detruso
là dove Simon mago è per suo merto, 147

e farà quel d’Alagna intrar più giuso».

“...L’assurda avidità degli uomini li rende folli e simili al pupetto che muore di fame e caccia via la balia. In quel tempo (quando verrà in Italia Enrico VII), sarà papa colui (Clemente V; 1264-1314) che lo tradirà facendo finta di favorirlo. Ma per poco sarà mantenuto dal Signore nel suo ufficio; perché sarà precipitato nella bolgia infernale dei simoniaci facendo così sprofondare ancora più giù quello di Alagna (= di Anagni, Bonifacio VIII, nato e oltraggiato da Filippo il Bello ad Anagni, in Campania)”. (cfr. inferno canto XIX, vv. 79-87).

 

Il canto XXX di altissima spiritualità negli ultimi 10 versi ci riporta bruscamente a terra: di nuovo un aspro rimprovero per la falsità e doppiezza del papa Clemente V, e un’ulteriore condanna per Bonifacio VIII; non è una dissonanza, ma un riconoscimento dantesco della sua realtà umana che continuamente frena ed ostacola l’aspirazione al sovrumano...



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