PURGATORIO - CANTO XVIII


Interpretazione cabalistica di Franca Vascellari
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Posto avea fine al suo ragionamento
l’alto dottore, e attento guardava
ne la mia vista s’io parea contento; 3

e io, cui nova sete ancor frugava,
di fuor tacea, e dentro dicea: ’Forse
lo troppo dimandar ch’io fo li grava’. 6

Ma quel padre verace, che s’accorse
del timido voler che non s’apriva,
parlando, di parlare ardir mi porse. 9
Il Maestro ha terminato il suo ragionamento e intanto scruta il Discepolo per vedere se è soddisfatto; questo tace ma, avendo ancora sete di sapere, dentro di sé pensa: ‘Forse troppe domande lo importunano’, allora la Guida sincera, che s’accorge del suo timido desiderio, lo incoraggia a chiedere.
Ond’io: "Maestro, il mio veder s’avviva
sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
quanto la tua ragion parta o descriva. 12

Però ti prego, dolce padre caro,
che mi dimostri amore, a cui reduci
ogne buono operare e ’l suo contraro". 15
Per cui il Discepolo così dice: “ Maestro, la mia intelligenza si accende a tal punto alla tua luce che io distinguo chiaramente ciò che tu descrivi o distingui. Però ti prego, amato padre, parlami ancora dell’amore a cui riconduci ogni azione di bene e di male”.
"Drizza", disse, "ver’ me l’agute luci
de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
l’error de’ ciechi che si fanno duci. 18

L’animo, ch’è creato ad amar presto,
ad ogne cosa è mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto è desto. 21
E Virgilio (la Ragione) a lui: “Dirigi verso di me la visione dell’intelletto e ti sia manifesto l’errore di coloro che, ciechi, vogliono guidare gli altri. L’animo, che creato,  è pronto per amare, si dirige verso ciò che gli piace non appena la sua facoltà di provare piacere è destata…”
Vostra apprensiva da esser verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
sì che l’animo ad essa volger face; 24

e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
quel piegare è amor, quell’è natura
che per piacer di novo in voi si lega. 27
“…La facoltà conoscitiva dell’uomo gli presenta l’intenzione (= l’immagine) dell’oggetto e la sviluppa; allora l’animo ne è attratto, ma appena le si rivolge, nasce l’amore; quell’amore è la natura che, per il gusto del nuovo, si insedia in voi….”
Poi, come ’l foco movesi in altura
per la sua forma ch’è nata a salire
là dove più in sua matera dura, 30

così l’animo preso entra in disire,
ch’è moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa gioire. 33
“…Poi, come il fuoco sale verso l’alto, per la sua struttura che è fatta per salire là dove dura di più (verso la sfera del fuoco), così l’animo preso dal desiderio, che è moto spirituale, non si ferma fino a che non gioisce della cosa amata….”
Or ti puote apparer quant’è nascosa
la veritate a la gente ch’avvera
ciascun amore in sé laudabil cosa; 36

però che forse appar la sua matera
sempre esser buona, ma non ciascun segno
è buono, ancor che buona sia la cera". 39
“…Ora puoi capire come è falsa la teoria che ogni amore è cosa buona in sé; la naturale disposizione  ad amare è cosa buona, ma non sempre lo è la scelta dell’oggetto da amare; se la cera è di buona qualità  non significa che sia sempre buona l’impronta che la modella”.
"Le tue parole e ’l mio seguace ingegno",
rispuos’io lui, "m’ hanno amor discoverto,
ma ciò m’ ha fatto di dubbiar più pregno; 42

ché, s’amore è di fuori a noi offerto
e l’anima non va con altro piede,
se dritta o torta va, non è suo merto". 45
E Dante a lui: “Le tue parole e la mia intelligenza pronta a seguirti mi hanno chiarito il concetto di amore, ma ecco che ciò mi rende ancora più dubbioso; se l’amore è suscitato in noi dall’esterno e se l’anima è naturalmente sollecitata ad amare, non è colpa sua se si comporta bene o male”.
Ed elli a me: "Quanto ragion qui vede,
dir ti poss’io; da indi in là t’aspetta
pur a Beatrice, ch’è opra di fede. 48

Ogne forma sustanzïal, che setta
è da matera ed è con lei unita,
specifica vertute ha in sé colletta, 51

la qual sanza operar non è sentita,
né si dimostra mai che per effetto,
come per verdi fronde in pianta vita. 54
E il Maestro a lui: “Io ti posso spiegare solo ciò che comprende la ragione, ciò che va oltre, che riguarda la fede, è compito di Beatrice (= che rende beati). Ogni forma sostanziale (l’anima intellettiva), separata dalla materia e insieme ad essa unita, ha in sé una qualità specifica, la predisposizione ad amare e conoscere, ma è avvertita solo quando è in atto, e si mostra nell’effetto, come la vita che si palesa nelle foglie di una pianta…”
Però, là onde vegna lo ’ntelletto
de le prime notizie, omo non sape,
e de’ primi appetibili l’affetto, 57

che sono in voi sì come studio in ape
di far lo mele; e questa prima voglia
merto di lode o di biasmo non cape. 60
“…Però l’uomo non sa da dove gli derivino le prime notizie (i principi supremi della ragione) e l’affetto dei primi appetibili (l’amore dei beni supremi) che sono in lui innati, come lo è per l’ape la capacità di fare il miele; e questo primo affetto non merita né lode, né biasimo…”

Se si ammette la teoria della reincarnazione diventa facile sapere da ‘dove’ derivino all’uomo i principi supremi della ragione, sviluppo del braccio orizzontale della Croce Cristica, (Coscienza, Altruismo, Giustizia) e l’amore dei beni supremi, sviluppo del braccio verticale della Croce (Amore, Saggezza, Potere), e perché  alcune persone sono più evolute ed altre meno; se invece tale teoria è rifiutata non resta che accettare per fede che la Volontà del Signore ha voluto crearci così come siamo  (più o meno evoluti), dandoci le differenti possibilità di scelta e di responsabilità che abbiamo. (v. ns/ commento al canto XVI del Purgatorio vv. 70-78).
Or perché a questa ogn’altra si raccoglia,
innata v’è la virtù che consiglia,
e de l’assenso de’ tener la soglia. 63

Quest’è ’l principio là onde si piglia
ragion di meritare in voi, secondo
che buoni e rei amori accoglie e viglia. 66

Color che ragionando andaro al fondo,
s’accorser d’esta innata libertate;
però moralità lasciaro al mondo. 69
“…A questo ‘primo affetto’ debbono adeguarsi tutti gli altri desideri, perciò vi è data la ragione che consiglia e custodisce la soglia dell’assenso. Questo è il principio da cui deriva il vostro merito: se la volontà sceglie gli ‘amori’ buoni o i cattivi. I Maestri del passato si resero conto di questa innata facoltà di scelta e diedero al mondo le regole della moralità…”

Qui si dovrebbe discutere della variabilità  nel tempo di quella soglia di assenso nonché della moralità che anch’essa è divenuta assai più elastica rispetto al passato (v. regole sul matrimonio, divorzio, aborto, ecc.). Anche i problemi legati all’educazione dei giovani, alla cura della salute, dell’ambiente, degli animali e delle piante, con lo sviluppo tecnologico e l’accorciamento delle distanze tra i popoli e le varie culture, sono completamente cambiati, e così pure sono mutati i diritti ed i doveri delle persone, per non parlare  poi delle ‘pene’ che devono essere applicate in caso di non rispetto delle leggi.  Certo oggi in un paese occidentale, ‘civile’, in un tribunale ‘civile’, comminare la pena di morte sul rogo, le torture, l’esilio,  risulta decisamente anacronistico, ma per Dante, sette secoli fa, era assolutamente normale. Quale saranno la soglia di assenso  e la moralità fra altri sette secoli? Quale  sarà il concetto di ‘amore’ buono o cattivo dell’umanità del futuro? Non lo sappiamo ma, non volendo ipotizzare futuri catastrofici, ci limitiamo ottimisticamente a ipotizzare una continua evoluzione verso una maggiore apertura coscienziale, per arrivare ad una fratellanza universale basata sull’amore e il rispetto reciproco e su una ricerca di perfezione nell’attuazione del Piano Divino, nello sviluppo della Croce Cristica di cui sopra: ‘Siate perfetti come è perfetto il Padre Vostro Celeste’ (Matteo, 5  48).

Onde, poniam che di necessitate
surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
di ritenerlo è in voi la podestate. 72

La nobile virtù Beatrice intende
per lo libero arbitrio, e però guarda
che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende". 75
“…Pertanto, pur ammettendo che ogni amore nasca in voi dalla necessita`, avete la possibilità o meno di trattenerlo. Beatrice chiama questa nobile virtu` libero arbitrio; cerca di ricordarlo se te ne parlerà”.
La luna, quasi a mezza notte tarda,
facea le stelle a noi parer più rade,
fatta com’un secchion che tuttor arda; 78

e correa contra ’l ciel per quelle strade
che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade. 81
E` quasi mezzanotte e la luna, divenuta un gran secchio lucente, fa apparire le stelle più rade, mentre si dirige verso ovest, là dove Roma (= città delle rume, delle mammelle, la città che nutre) vede tramontare il sole tra i Sardi (= quelli della terra del sandalo) e i Corsi (= quelli della terra paludosa) durante il solstizio  d’inverno.
E quell’ombra gentil per cui si noma
Pietola più che villa mantoana,
del mio carcar diposta avea la soma; 84

per ch’io, che la ragione aperta e piana
sovra le mie quistioni avea ricolta,
stava com’om che sonnolento vana. 87
 
Ma questa sonnolenza mi fu tolta
subitamente da gente che dopo
le nostre spalle a noi era già volta. 90
Dante, avendo compreso le spiegazioni, soddisfatto delle risposte del Maestro, anima gentile che con la sua nascita ha reso celebre Pietola, villaggio mantovano, (sacro al dio infero Mantu; Virgilio nel medioevo era considerato un poeta-mago) si sente ora preso dalla sonnolenza. Ma subito questa scompare per l’arrivo alle sue spalle di gente.
E quale Ismeno già vide e Asopo
lungo di sé di notte furia e calca,
pur che i Teban di Bacco avesser uopo, 93

cotal per quel giron suo passo falca,
per quel ch’io vidi di color, venendo,
cui buon volere e giusto amor cavalca. 96
Come i fiumi Ismeno (= sacro ad Apollo) e Asopo, fiumi della Beozia, vedevano sulle loro rive la folla sfrenata allorché i Teban (= abitanti di Tebe) celebravano il culto a Bacco (= dal greco ‘bakchos’ = che grida)  così il Nostro vede quella gente muoversi, spinta dalla buona volontà e dal giusto amore.

Il contrappasso della pigrizia è l’iperattività; coloro che in vita sono stati lenti, corrono qui in gran fretta, preoccupati di non perdere tempo, e gridano a se stessi esempi di sollecitudine ed esempi di accidia punita. La pigrizia è la qelipah (scoria) della sephirah Yesod, il Fondamento, che è situata  alla base della colonna centrale dell’Albero cabalistico e corrisponde alla terra dell’astrale, Yetzirah, mondo del sentimento,  è posta subito sopra Malkuth (il Regno), Assiah, mondo fisico; Yesod è legata alla meditazione, al silenzio, ai sogni, ai viaggi astrali ecc...
Tosto fur sovr’a noi, perché correndo
si movea tutta quella turba magna;
e due dinanzi gridavan piangendo: 99

"Maria corse con fretta a la montagna;
e Cesare, per soggiogare Ilerda,
punse Marsilia e poi corse in Ispagna". 102
La gran turba, correndo, raggiunge i due Pellegrini; davanti a loro due gridano piangendo: “Maria (= la Signora) si affrettò (a visitare Elisabetta rimasta incinta: Luca, 1, 39: ‘In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna…’) e  Cesare (= capo) per sottomettere Ilerda (Lerida, città della Spagna), mise l’assedio a Marsilia (città sacra a Marte), la lasciò ai suoi, poi corse in Ispagna ”.
"Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
per poco amor", gridavan li altri appresso,
"che studio di ben far grazia rinverda". 105

"O gente in cui fervore aguto adesso
ricompie forse negligenza e indugio
da voi per tepidezza in ben far messo, 108

questi che vive, e certo i’ non vi bugio,
vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
però ne dite ond’è presso il pertugio". 111
Quelli dietro intanto gridano: “Presto, presto, che il tempo non venga sprecato per scarso amore; affinché la volontà di fare il bene rinnovi la grazia” . E Virgilio: “O anime in cui il fervore ora compensa forse la negligenza e il ritardo messo (in passato) nel fare il bene, per la pigrizia, quando sarà spuntato il sole, questo, che è vivo, e dico il vero, vorrà salire il monte; perciò indicateci il passaggio più vicino”.
Parole furon queste del mio duca;
e un di quelli spirti disse: "Vieni
di retro a noi, e troverai la buca. 114

Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
che restar non potem; però perdona,
se villania nostra giustizia tieni. 117

Io fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan ragiona. 120
Ed uno dei penitenti risponde: “Vieni dietro a noi e troverai il passaggio. Noi siamo talmente desiderosi di muoverci che non possiamo fermarci; perciò scusaci se consideri la nostra giustizia (punizione) una scortesia. Io fui abate in San Zeno (= divino, che dona vita; forse un certo Gherardo, di cui non si sa nulla) a Verona (citta dei poggi) sotto l’impero di (Federico) Barbarossa per cui Milano ( da ‘mediolanum’ = città che sta in mezzo alla pianura) ancora soffre (la distrusse nel 1162)…”
E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
che tosto piangerà quel monastero,
e tristo fia d’avere avuta possa; 123

perché suo figlio, mal del corpo intero,
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di suo pastor vero". 126

Io non so se più disse o s’ei si tacque,
tant’era già di là da noi trascorso;
ma questo intesi, e ritener mi piacque. 129
“…Ha già un piede nella fossa e si dispiacerà per quel monastero colui (Alberto della Scala) che ha usato il suo potere per mettervi a capo un suo figlio illegittimo, deforme di corpo e di mente, invece del vero pastore che aveva diritto di diventarne abate”. Dante non sa se abbia poi detto altro, perché quello è subito corso lontano, ma questo è quanto gli piace  ricordare.

Che cosa rappresenta questo abate (dal greco ‘abba’ = padre, superiore del monastero) di san Zeno (= che dona la vita)  incontrato nella cornice degli accidiosi, nel nostro discorso interiorizzato? La potenzialità dantesca di Yesod (= Fondamento) disattesa o trascurata almeno in parte. Un ‘Monaco capo’, inerente allo sviluppo di Yesod, corrispondente  all’Archetipo n. 9 dell’Eremita, (v. la relativa lezione-spettacolo in  www.teatrometafisico.it ) che avrebbe dovuto alimentare la vita spirituale degli altri ‘monaci’ a lui affidati (le sue varie aspirazioni alla ricerca) è stato invece alquanto ‘pigro’ nelle sue funzioni, tanto che quello stesso suo ‘monastero’ ora si ritrova un abate deforme di corpo e di mente. Ma è cosa passata, ora sta scontando la pena e la sua pigrizia è diventata già sollecitudine.
E quei che m’era ad ogne uopo soccorso
disse: "Volgiti qua: vedine due
venir dando a l’accidïa di morso". 132

Di retro a tutti dicean: "Prima fue
morta la gente a cui il mar s’aperse,
che vedesse Iordan le rede sue. 135

E quella che l’affanno non sofferse
fino a la fine col figlio d’Anchise,
sé stessa a vita sanza gloria offerse". 138
La Guida, suo aiuto in ogni necessita`, così dice al Discepolo: “Voltati di qua, guarda i due che vengono di corsa, fustigando la pigrizia”. Costoro sono dietro agli altri e dicono: “ Alcuni di quelli per cui (Mose`) aveva compiuto il miracolo dell’apertura del Mar (Rosso, per accidia non lo seguirono e morirono nel deserto, v. Numeri 14, 20-35) e il Iordan (il fiume Giordano) non vide i loro eredi. E anche coloro (i Troiani che per pigrizia si fermarono in Sicilia) che non seguirono il figlio di Anchise (Enea) fino alla meta (il Lazio), ebbero una vita senza gloria”.

Dante ci offre qui due esempi di accidia punita, ma  la Bibbia offre numerosi spunti di riflessione sul vizio della pigrizia, per esempio nei Proverbi: ‘Va dalla formica, o pigro, guarda le sue abitudini e diventa saggio. Essa non ha né capo, né sorvegliante, né padrone, eppure d’estate si provvede lo stesso il vitto, accumulando il cibo al tempo della mietitura. Fino a quando, pigro, te ne starai a dormire? Quando ti scuoterai dal sonno?’(Prv. 6, 6-9).  E ancora: ‘La mano pigra fa impoverire, la mano operosa arricchisce. Chi raccoglie d’estate è previdente, chi dorme al tempo della mietitura si disonora’ (Prv. 10, 4-5). ‘Come l’aceto ai denti e il fumo agli occhi, così è il pigro per chi gli affida una missione’ (Prv. 10, 26). ‘Il pigro tuffa la mano nel piatto, ma stenta persino a riportarla alla bocca’ (Prv. 19, 26). Anche il Qohelet ci istruisce sul pigro: ‘Lo stolto incrocia le braccia e divora la sua carne’ (Qo. 4, 5). ‘Per negligenza il soffitto crolla e per l’inerzia delle mani piove in casa’ (Qo. 10, 18). Ed ecco cosa dice il Padrone tornato dal suo viaggio  al servo pigro nel vangelo di Matteo (Parabola dei talenti): ‘Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. …Toglietegli dunque il talento e datelo a chi ha dieci talenti… E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridor di denti’(Mt. 25, 26-30; v. ns/ interpretazione in www.taozen.it Testi sacri). Infine ecco le parole di San Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi: ‘Vi ordiniamo pertanto fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi…Infatti quando eravamo presso di voi vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi!’ (2 Ts. 3, 6-10).

Come già detto nel canto precedente  l’amore debole  verso il Sommo Bene genera l’accidia (o pigrizia), la qelipah scoria della sephirah Yesod (il Fondamento), e tale vizio rifiuta o ritarda il ritorno al Padre ovvero la risalita dell’Albero cabalistico, mentre la sollecitudine e l’alacrità attuano la fioritura di Yesod,  che è il ricettacolo delle emanazioni delle altre sephiroth ed è il loro trasmettitore al piano fisico, Malkuth.  La personalità che ha sviluppato Yesod ha la visione del ‘Meccanismo dell’Universo’, cioè ne comincia a conosce il funzionamento. Proseguendo poi sulla colonna centrale dell’Albero, incontra Thipereth (il centro del cuore) il cui sviluppo conduce all’esperienza della visione dell’armonia delle cose e alla conoscenza dei Misteri della Crocefissione, ma senza il controllo di Yesod tale conoscenza non è possibile, perché Yesod è il punto di partenza propedeutico per ogni Viaggio Iniziatico.
Poi quando fuor da noi tanto divise
quell’ombre, che veder più non potiersi,
novo pensiero dentro a me si mise, 141

del qual più altri nacquero e diversi;
e tanto d’uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi, 144

e ’l pensamento in sogno trasmutai.

Poi quando quelle anime si sono allontanate tanto che il Nostro non le vede più, egli comincia a pensare ad altro; da questo pensiero ne nascono altri, così vagando di pensiero in pensiero, chiude gli occhi e passa dalla veglia al sonno e dai pensieri al sogno..

 

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