PURGATORIO - CANTO XXIII


Interpretazione cabalistica di Franca Vascellari
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Mentre che li occhi per la fronda verde
ficcava ïo sì come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde, 3

lo più che padre mi dicea: "Figliuole,
vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
più utilmente compartir si vuole". 6
Mentre il Nostro, come fa chi va dietro agli uccellini, scruta tra le fronde dell’albero (per capire da dove provenga  la voce che descrive gli esempi di sobrietà - canto XXII  vv. 141-154), la Guida paternamente gli dice: “Figlio, vieni via, dobbiamo far un uso più utile del tempo che ci è concesso (qui)”.
Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
appresso i savi, che parlavan sìe,
che l’andar mi facean di nullo costo. 9

Ed ecco piangere e cantar s’udìe
’Labïa mëa, Domine’ per modo
tal, che diletto e doglia parturìe. 12

"O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?",
comincia’ io; ed elli: "Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo". 15
Così Dante si volge e si affretta dietro ai due (Virgilio e Stazio) che discorrendo gli rendono il cammino piacevole. Intanto si ode piangere e cantare: ‘Signore, le mie labbra (aprirai; e la mia bocca annuncerà la tua lode’: dal Salmo 50, v. 17) in modo tale che genera piacere e dolore. Il Discepolo chiede: “Dolce Padre, che cosa è quel che odo?” E il Maestro a lui: “Probabilmente sono anime che stanno purificando i loro peccati”.

Come già visto nel canto precedente, il Discepolo sul Sentiero è giunto ormai sulla sesta cornice del monte del Purgatorio, là dove le anime si purificano del peccato della gola. Il peccato di gola è lo stravolgimento dell’atto fisiologico del cibarsi, indispensabile alla sopravvivenza; difatti si dovrebbe ‘mangiare per vivere’, ma quando ‘si vive per mangiare’ allora la virtu` della Temperanza della sephirah Chesed si è tramutata nel vizio della gola, nella sua qelipah (scoria). Molti sono i nostri proverbi che castigano tale vizio: ‘Ne uccide più la gola che la spada’ o ‘I golosi si scavano la fossa con i denti’ oppure: ‘La gola uccide più uomini della fame’ ecc.. Un esempio di ‘goloso biblico’ ci è offerto in Genesi 25, 29-34, dove per un piatto di lenticchie Esaù, figlio primogenito di Isacco, cede la primogenitura a Giacobbe (v. in www.taozen.it  Testi sacri la ns/ relativa interpretazione cabalistica). Il profeta Isaia lancia potenti  invettive contro i golosi governanti di Gerusalemme: ‘Guai a coloro che si alzano presto al mattino e vanno in cerca di bevande inebrianti.. ..e che accompagnano i loro banchetti con fiumi di vino…periranno di fame… e saranno arsi dalla sete… (Is. 5, 11-13); anche il profeta Amos sferza i nobili di Samaria che ‘su letti d’avorio e sdraiati su divani mangiano gli agnelli… e i vitelli …e bevono vino in larghe coppe, si ungono coi balsami più raffinati…’(Am. 6, 4-6). Il biasimo per i festini orgiastici lo ritroviamo poi in ‘Giuditta’ dove (cap. 12-13) al terribile Oloferne, ubriaco fradicio, viene mozzata la testa dalla bellissima vedova ebrea; e  anche nel cap. 5 di Daniele, dove il sacrilego banchetto di Baldassar, re babilonese, viene raggelato dalla mano che scrive sulla parete la sua condanna a morte, (v. in www.taozen.it  Appuntamenti le ns/ interpretazioni cabalistiche di ‘Giuditta’ e ‘Daniele’). Ricordiamo infine la parabola del ‘Ricco epulone’ del vangelo di Luca, dove il ricco che da vivo banchettava lautamente senza nulla elargire al povero Lazzaro, dopo morto, invano chiede una goccia d’acqua per dissetarsi (Luca 16, 19-31).
Sì come i peregrin pensosi fanno,
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno, 18

così di retro a noi, più tosto mota,
venendo e trapassando ci ammirava
d’anime turba tacita e devota. 21

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
palida ne la faccia, e tanto scema
che da l’ossa la pelle s’informava. 24
Come fanno i pellegrini che assorti nei loro pensieri, raggiungendo gente che non conoscono, non si fermano ma si volgono a guardare, così una schiera di anime silenziose e devote raggiunge e sorpassa, stupita,  i tre poeti. Ed ecco l’aspetto di questi penitenti: gli occhi sono oscuri e cavi, la faccia è pallida e smagrita, la loro pelle ha preso la forma delle ossa.
Non credo che così a buccia strema
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n’ebbe tema. 27

Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco
la gente che perdé Ierusalemme,
quando Maria nel figlio diè di becco!'. 30
Nemmeno Erisittone (= dal greco ‘eris’ = lite e ‘cton’ = suolo, che si adira col suolo; figlio del re di Tessaglia, che, avendo abbattuto una quercia sacra a Cerere, dea dei campi, fu punito con una fame insaziabile, e finì per divorare se stesso) alla fine della sua vita era tanto rinsecchito. E Dante intanto pensa: ‘Ecco come erano ridotti gli ebrei (durante l’assedio di Gerusalemme nel 70 d. C.) quando Maria (= l’amara, di Eleazaro, per la fame) si nutrì del proprio figlioletto!’.
Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
chi nel viso de li uomini legge ’omo’
ben avria quivi conosciuta l’emme. 33

Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
sì governasse, generando brama,
e quel d’un’acqua, non sappiendo como? 36
Le occhiaie di costoro sembrano anelli senza gemme; e chi nel viso di una persona legge ‘omo’, qui vede molto in evidenza la ‘M’ (che corrisponde alla lettera dell’alfabeto ebraico ‘Mem’, v. in
www.teatrometafisico.it  la Lezione-spettacolo sull’Archetipo n. 13, la Morte - che è anche l’Archetipo del Rinnovamento). Chi mai, non sapendo come, crederebbe che il profumo di un frutto e di un’acqua, generando il desiderio, potrebbe ridurre in tale stato?
Già era in ammirar che sì li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama, 39

ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: "Qual grazia m’è questa?". 42
Dante sta cercando di capire che cosa li affami così, perché  non ha ancora compreso la ragione di tanta magrezza  e della loro pelle squamosa, quando viene fissato da una di quelle ombre che gli grida forte: “Quale grazia questa è per me?”
Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. 45

Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese. 48
Dante non lo avrebbe mai riconosciuto dal volto, ma dalla voce identifica chi cela quell’aspetto (tanto emaciato). La voce è come una favilla che riaccende in lui la conoscenza di quel viso mutato e vi riconosce Forese (= dal latino ‘forensis’ = che viene da fuori; Donati, amico e suo compagno di peccati di gioventù, morto nel 1296).
"Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
che mi scolora", pregava, "la pelle,
né a difetto di carne ch’io abbia; 51

ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
due anime che là ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!". 54
Forese
così prega: “Deh, non badare alle aride rughe che mi rendono la pelle grigia, né alla mia magrezza; ma dimmi la verità su di te, dimmi chi sono quei due che ti scortano, non rimanere in silenzio!”
"La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
mi dà di pianger mo non minor doglia",
rispuos’io lui, "veggendola sì torta. 57

Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
non mi far dir mentr’io mi maraviglio,
ché mal può dir chi è pien d’altra voglia". 60
A lui così risponde Dante: “Il tuo volto che piansi alla tua morte, mi dà ancora motivo di non minor pianto, al vederlo così sfigurato. In nome del Signore, dimmi che cosa vi consuma così; non farmi parlare mentre sono così meravigliato, ché si spiega male chi è assorbito da un altro interesse”.

Quale personaggio interiore del Nostro rappresenta Forese (= che viene da fuori)? Proprio quella parte di sé che ‘viene da fuori’ e che ha ‘gola’ di piaceri, che vuole inebriarsi della vita di cui sente poter disporre a suo piacimento. Quando si è giovani ci si sente padroni del mondo e si vuole ‘godere l’attimo fuggente’, si cerca il divertimento fine a se stesso, perché non si è ancora preso coscienza di ‘Quello che viene da dentro’ (salvo poi a comprendere che ‘dentro e fuori’ fanno  parte dell’Uno e debbono essere trascesi entrambi). Che in parte Dante sia ancora legato affettivamente al suo Forese è indubbio, visto che gli è ancora motivo di doglia, ma ora è in grado di vederlo nella sua realtà cioè nella sua magrezza  e con la sua pelle squamosa e ne chiede ragione. In un certo senso Forese rappresenta il suo ‘Folle’ interiore, le sua follia di gioventù che oramai è stata riconosciuta, analizzata e superata.

Ed elli a me: "De l’etterno consiglio
cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
rimasa dietro, ond’io sì m’assottiglio. 63

Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e 'n sete qui si rifà santa. 66

Di bere e di mangiar n’accende cura
l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura. 69
E Forese a lui: “Dal Volere celeste scende nell’acqua e nell’albero che abbiamo lasciato (dietro di noi) un potere che ci fa consumare così. Tutti costoro che cantano piangendo, scontano con la fame e la sete il peccato della gola. Il profumo che emana dai pomi e dall’acqua che  bagna le foglie dell’albero suscita (in noi) il desiderio di bere e di mangiare…” 

Non a caso il frutto che fa espiare il peccato di gola è ‘il pomo’, e la bevanda è ‘l’acqua’ (di Vita). Il pomo ci riporta al frutto del peccato originale (Gn. 3, 1-7), cioè al frutto della ‘caduta’ che è stato colto e mangiato per peccato di gola e di superbia e l’acqua alla ‘Grazia’ che, lavando le foglie dell’albero che ha prodotto quei ‘pomi’,  li rende di nuovo puri, frutti per la Vita.
E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovria dir sollazzo, 72

ché quella voglia a li alberi ci mena
che menò Cristo lieto a dire ’Elì’,
quando ne liberò con la sua vena". 75
“…E, percorrendo questa cornice, mai si placa la nostra sofferenza, dico sofferenza, ma dovrei dire gioia, perché quel desiderio che ci conduce agli alberi (sono due, si vedrà nel prossimo canto) ci libererà;  ed è lo stesso che fece accettare al Cristo la morte per la nostra liberazione quando disse: ‘Elì’ (= inizio del versetto 2 del Salmo 21: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato’, salmo di implorazione non di disperazione - riportato nel vangelo di Matteo 27. 45-47  v. ns/ interpretazione cabalistica in
www.taozen.it  Testi sacri)”.
E io a lui: "Forese, da quel dì
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinqu’ anni non son vòlti infino a qui. 78

Se prima fu la possa in te finita
di peccar più, che sovvenisse l’ora
del buon dolor ch’a Dio ne rimarita, 81

come se’ tu qua sù venuto ancora?
Io ti credea trovar là giù di sotto,
dove tempo per tempo si ristora". 84
E il Nostro a lui: “Forese, da quel giorno che sei trapassato non sono trascorsi nemmeno cinque anni. Se il pentimento che ci ricongiunge al Signore si è prodotto in te solo in fin di vita, come mai sei già qui? Io credevo che fossi là (nell’antipurgatorio) dove si attende, per iniziare la purificazione tempo per tempo, cioè lo stesso tempo che si è aspettato per pentirsi (tanti anni quanti sono stati quelli della vita)”.
Ond’elli a me: "Sì tosto m’ ha condotto
a ber lo dolce assenzo d’i martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto. 87

Con suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m’ ha de la costa ove s’aspetta,
e liberato m’ ha de li altri giri. 90
E Forese a lui: “A bere così presto il dolce veleno delle sofferenze per i peccati commessi mi ha aiutato il pianto continuo della mia Nella (da Antonia = che combatte, ma anche: utile, fiorente; sposa di Forese, coinvolta offensivamente da Dante in una giovanile tenzone poetica). Con le sue preghiere devote e con il suo dolore mi ha risparmiato l’attesa dell’antipurgatorio e le pene delle cornici di sotto…”
Tanto è a Dio più cara e più diletta
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare è più soletta; 93

ché la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov’io la lasciai. 96
“…E la mia piccola vedova, che ho tanto amato, è tanto più diletta (= preferita) e cara al Signore in quanto è sola ad operare nel bene; ché le donne della sarda terra Barbagia (= barbara; regione nota per la scostumatezza delle sue donne) sono più pudiche di quelle della terra ‘Barbagia dove l’ho lasciata (Firenze)…”

Se Forese rappresenta l’Archetipo n. 22 del ‘Folle’ dantesco (Archetipo al nero della sregolatezza, dell’incoscienza, dell’irresponsabilità, della stravaganza ecc..), quale è l’attribuzione di Nella (= utile) la sua vedova, la sua ‘Stella’? Potremmo ritrovare in lei, che col suo pianto e il suo dolore corregge gli errori dello sposo, l’Archetipo n. 18, delle ‘Stelle’ ( Archetipo al bianco della bontà della compassione, della fiducia, della luce interiore,  ecc… ,v. in www.teatrometafisico.it   Archetipi, le Lezioni-spettacolo relative alle ‘Stelle’ e al ‘Folle’). Così, come dicono i vari commentatori, in questo canto il Nostro recupera l’integrità e l’onore di Nella, sposa dell’amico Forese, che aveva offeso con dei sonetti ingiuriosi in una ‘tenzone poetica’, ma recupera soprattutto l’integrità e l’onore del suo ‘Folle’ giovanile, grazie alla sua buona ‘Stella’.
O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ora molto antica, 99

nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto. 102
“… Dolce fratello, che vuoi che ti dica? Vedo già il tempo futuro, non molto lontano in cui dal pergamo (= dal greco ‘pergamon’ = altura) cioè dal pulpito sarà proibito alle sfrontate donne fiorentine di mostrare i seni scoperti…”
Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline? 105

Ma se le svergognate fosser certe
di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte; 108

ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna. 111
 
Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira là dove ’l sol veli". 114
“…Quali donne barbare o saracene (non cristiane) sono mai esistite, per le quali fosse necessaria una legge ecclesiastica o altro di simile per farle andare coperte? Ma se le svergognate conoscessero ciò che il cielo a breve prepara per loro, avrebbero già le bocche aperte per urlare; ché, se la previsione non mi inganna, diverranno tristi prima che siano cresciuti i loro pargoli che ora dormono con la ninna-nanna. Ed ora, fratello, parla di te, non solo io, ma tutti qui (i penitenti) si meravigliano del fatto che fai ombra al sole (che sei vivo)”.

‘Fiorenza’ (= che fiorisce) rappresenta il centro del cuore (Tiphereth) dell’Albero di Dante.  Qui le ‘donne’, che facciamo corrispondere all’astrale dell’albero dantesco, per la loro scostumatezza (sono sfacciate  e svergognate) mostrano con le poppe (= le mammelle, ma anche  dal greco ‘epopao’ = osservo, i luoghi di osservazione) il petto (= il cuore) cioè mostrano (a tutti) le poppe del petto. Ora le ‘poppe’ che si trovano sul petto dell’astrale (e che facciamo corrispondere quella di sinistra ai ‘sentimenti comuni’ - acqua di Yetzirah - e quella di destra all‘’altruismo’ - aria di Yetzirah - v. in fondo al canto il ns/ schema dell’Albero  di Dante secondo i quattro elementi dei piani), come il seno buono di Melanie Klein (psicologa 1882-1960), dovrebbero ‘nutrire’ i poppanti, cioè i sentimenti d’amore eroico (fuoco di Yetzirah), quando sono appena nati e che, proprio perché neo-nati, non sono in grado di alimentarsi da soli,  ma per poterlo fare, le ‘nutrici’ dovrebbero rimanere coperte (nascoste agli estranei); invece qui le poppe  (seno cattivo) vengono usate come ‘luoghi di osservazione’ per mostrare il ‘cuore’ non ancora del tutto sviluppato, cioè la parte più segreta di Tiphereth e quindi dell’Albero stesso; c’è dunque una dis-funzione nell’astrale dantesco, e poiché queste energie (donne) verranno severamente punite, tutto l’Albero dovrà soffrire per la loro ‘inverecondia’.
Per ch’io a lui: "Se tu riduci a mente
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente. 117

Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l’altr’ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui", 120

e ’l sol mostrai; "costui per la profonda
notte menato m’ ha d’i veri morti
con questa vera carne che ’l seconda. 123
E Dante a lui: “Se tu ricordi quali sono state le nostre vite (libertine), sarà un doloroso ricordo. Da quella vita mi ha allontanato costui che mi guida, alcuni giorni or sono, quando si mostrò tonda la sorella del sole, (cioè quando c’era il plenilunio); costui mi ha guidato attraverso la notte oscura, sede dei veri morti (l’inferno), con questo corpo (di carne, vivo, io) l ‘ho seguito…”
Indi m’ han tratto sù li suoi conforti,
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che ’l mondo fece torti. 126

Tanto dice di farmi sua compagna
che io sarò là dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna. 129

Virgilio è questi che così mi dice",
e addita’ lo; "e quest’altro è quell’ombra
per cuï scosse dianzi ogne pendice 132

lo vostro regno, che da sé lo sgombra".

“…I suoi conforti (= dal latino ‘cum fortis’) con forza poi mi hanno tratto su, facendomi salire la montagna che corregge voi che il mondo ha reso storti, voi che avete peccato. Dice che mi guiderà fino ad arrivare là dove è Beatrice; poi mi lascerà. Costui è Virgilio (= la verga, ma anche il nocchiero; Dante lo indica)  l’altro,  Stazio (= da s-tatio = mai anziano, mai vecchio, cioè ‘il sempre giovane’, = la piccola illuminazione v. canto XXI), è quello spirito per il quale poco fa il regno del Purgatorio si scosse tutto, perché si è liberato”.



ALBERO DI DANTE

 

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