Maurizio: dal Genesi 18
(Divagazioni interpretative di Maurizio)


 

1.      L’elemento che sembra più rilevante in questo diciottesimo capitolo della Genesi è la sempre più evidente ‘umanizzazione’ del Dio, già preannunciata e descritta precedentemente, ma qui attestata con crescente forza e anche ingenuità: siamo di fronte ad una concezione del divino che non ha nulla di filosofico, di metafisico e neppure di ‘logico’; si tratta di una visione arcaica, che fonda sul rapporto personale del devoto con una ‘entità’ che ha tutte le caratteristiche di un capo tribale  o di un sovrano primordiale. In particolare osserviamo che: Abrahamo si rivolge a Dio come al suo re, con l’appellativo di ‘Signore’. Sarah ride dell’improbabile predizione sul suo prossimo concepimento e poi, per paura di essere punita, nega di averlo fatto. Il ‘Signore’ va a vedere se Sodoma e Gomorra hanno davvero peccato contro di Lui: glielo hanno ‘riferito’ e vuole accertarsene. Abrahamo, poi, ‘contratta’ con l’abilità di un mercante la salvezza delle due città e degli eventuali abitanti ‘giusti’. Non si possono non notare le seguenti ‘incoerenze’:

a)      Sarah ritiene forse di poter nascondere a Dio un suo comportamento? Sembra illogico ritenere che si possa fare qualcosa di nascosto dell’Assoluto;

b)      allo stesso modo risulta strano che l’Onnisciente conosca il peccato di Sodoma e Gomorra ‘per sentito dire’, e che debba accertarsene;

c)      è possibile, poi, che la Sua decisione di distruggere le città, basata per definizione su Giustizia e Misericordia, possa essere blandita, discussa, revocata come se nella sua prima formulazione non fosse abbastanza giusta o misericordiosa e che, comunque, essa sia soggetta ad intercessione, raccomandazioni e mercanteggiamenti?

d)      E’ plausibile, inoltre, che Egli, il ‘Signore’, non sia a conoscenza del numero di ‘giusti’ presente nel territorio?

2.      Notiamo anche che questo tipo di concezione del divino è sopravvissuta dai tempi biblici fino ai nostri giorni, e denota la ‘sudditanza’ emotiva, la riverenza che il devoto ha verso il suo Dio. Non si creda che questa caratteristica sia limitata alle religioni ebraico-cristiane: ne troviamo traccia ovunque la divinità venga percepita con attributi e aspetti ‘personali’ e antropomorfi, sia nelle forme primitive che in quelle più evolute.

3.      Eppure anche in una religione con aspetti altamente filosofici e spesso intellettualmente elaborati come il Buddhismo, dove il Principio Superiore è indicato con chiarezza come impersonale o sovra-personale, il Buddha stesso – particolarmente nel Buddhismo Mahayana – è qualificato come Sovrano, Maestro e Genitore di tutti gli esseri viventi, con la riproposizione apparente del concetto di autorità divina. La cosa risulta tanto più notevole e contraddittoria in quanto il Buddha storico Shakyamuni inizia la sua predicazione proprio quale riformatore della religione della sua epoca, il Brahmanesimo, caratterizzata da un ‘teismo’ esasperato. Egli, reagendo a concezioni di dipendenza da un Dio o da Dei ‘esterni’ all’uomo e ad ogni sudditanza rispetto a figure ‘genitoriali’ trascendenti cui demandare la propria salvezza, riconduce all’uomo stesso ogni responsabilità del suo destino, rinnovando e rielaborando in chiave ‘libertaria’ i princìpi brahmanici del Karma e del Samsara e scardinando il sistema sociale delle caste. In questo contesto, però, gli anzidetti ‘titoli’ del Buddha, lungi dall’essere incoerenti rispetto all’insegnamento, indicano piuttosto il suo essere ‘Sovrano’, ‘Maestro’ e ‘Genitore’ di sé stesso. E’ questa capacità di ‘autogoverno’, ‘autoinsegnamento’ e ‘autorigenerazione’ dell’Illuminato a conferirgli il potere di aiutare tutti ‘gli esseri viventi’, perché lo sviluppo della Coscienza, per così dire, è contagioso, instaura una sorta di circolo virtuoso: l’acquisizione di un singolo individuo è potenzialmente l’acquisizione di tutti, essendo l’Universo strutturato come una rete di interrelazioni senza soluzione di continuità.

4.      Per fare un’analogia fra l’evoluzione della Coscienza spirituale e le fasi della crescita fisio-psichica di un essere umano nell’arco della vita, notiamo che da bambino, e fino ad una certa età dell’adolescenza, la dipendenza dall’autorità ‘esterna’ dei genitori è generalmente molto grande; solo in uno stadio successivo il distacco diviene sempre più evidente e persino indispensabile per la strutturazione dell’autonomia, della responsabilità e della maturità individuali. La mia ipotesi è che la stessa cosa avvenga in ambito ‘filosofico-religioso’: le concezioni dell’uomo tendono e tenderanno sempre più a differenziarsi rispetto a quelle ancora ‘infantili’ che concepiscono il divino con caratteristiche antropomorfe, genitoriali e persino con raffigurazioni ‘politicamente’ legate ad antichi regimi autoritari e feudali. Naturalmente questa è soltanto un’ipotesi e, comunque, non vuole svalutare la religiosità di coloro che un certo tipo di Dio continuano a immaginare e venerare: l’atto di rivolgersi a Ciò che trascende la nostra limitata esperienza, in qualunque modo si immagini la realtà ulteriore - soprattutto se lo si fa in maniera ‘sentita’ e sincera - porterà comunque a intravvedere una parte della ‘Verità’ e aiuterà ad avanzare nella comprensione.

5.      L’altro tema che si può riscontrare nel capitolo 18 e da cui traggo spunto per le mie – è proprio il caso di dirlo – ‘divagazioni interpretative’, è quello dell’ospitalità e dell’offerta. Abrahamo e Sarah accolgono gli ospiti divini e il ‘Signore’ Jahweh con grande generosità, mettendo a disposizione riparo, acqua e cibo. Anche questo spirito dell’offerta è comune a tutte le forme di religiosità: ovunque, in qualsiasi epoca e latitudine, l’uomo ha avuto e ha verso il divino analoghi atteggiamenti. Ancora una volta può essere interessante fare un confronto con il Buddhismo, religione non ‘teista’ (ma, paradossalmente, neanche ‘atea’ nel senso che normalmente si da a questa parola), cioè che non si rivolge ad una Entità trascendente con caratteristiche umanizzate che bisogna compiacere con donazioni e sacrifici. Eppure anche il Buddhismo è solito ‘offrire’ fiori, piante, acqua, cibo, frutta, candele, incenso profumato, suoni e quant’altro: l’offerta, però, viene rivolta in maniera dichiarata e consapevole ad un simbolo, un mandala, una statua o simili, a seconda della scuola e dell’insegnamento seguito. Tale simbolo sta a rappresentare la ‘Legge Universale’, il principio d’Illuminazione o il Buddha presente nella vita di ognuno di noi e, in definitiva, l’offerta viene fatta a ‘noi stessi’, cioè alla parte più profonda, al ‘vero io’. Lo scopo dei fiori, dell’acqua, del cibo eccetera, sarebbe quello di valorizzare, lodare, nutrire e sostenere con un gesto rituale – quindi anch’esso simbolico e per questo dotato di influenza sul cosiddetto ‘inconscio’ – la parte illuminata della nostra mente, favorendone l’emersione e l’affermazione.

6.      D’altra parte anche se il testo biblico, preso ‘letteralmente’, sembra presentare contraddizioni e incongruenze oppure concezioni ancora primordiali e poco evolute, non possiamo escludere che i redattori abbiano voluto di proposito nascondere sotto questa veste significati profondi, rendendoli accessibili soltanto a chi è disposto a vedere oltre l’apparenza delle cose. Questa ipotesi potrebbe non essere priva di fondamento, e la corrente dell’ebraismo cabalistico sembrerebbe avvalorarla. Per esempio il fatto che la presenza di un certo numero di ‘giusti’ possa evitare l’annientamento di una città, una società, una nazione è accettato anche in altre tradizioni. Possiamo citare a questo proposito Paramahansa Yogananda, illustre Maestro induista diffusore del  Kriya Yoga in occidente nei primi del Novecento, il quale proponeva un concetto analogo derivandolo dalle sue conoscenze mistiche: un certo numero di persone rette, di buona evoluzione spirituale, impedisce che nel mondo possano accadere eventi irreparabili e negativamente definitivi. Anche in ambito buddhista, Nichiren Daishonin, Maestro giapponese del XIII secolo, scriveva il suo trattato più importante - il Rissho Ankoku Ron - incentrandolo sull’idea che le catastrofi, le epidemie, le guerre intestine e le minacce di invasioni straniere che all’epoca affliggevano pesantemente il Giappone erano dovute ad un allontanamento dal retto insegnamento spirituale. In effetti se lo ‘spirito’ è l’altra faccia della medaglia ‘corpo’, se psiche e soma sono correlati e si corrispondono, non è assurdo che sulla sorte concreta di un paese possa pesare anche la condizione interiore dei suoi abitanti. Naturalmente ciò ha un importante risvolto anche relativamente al destino di ogni individuo: quanto più ci saranno in noi delle parti profonde, come anche dei pensieri, delle parole e delle azioni improntate alla ‘rettitudine’, quanto meno saremo in balìa degli eventi esterni della nostra vita.



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