Maurizio: dal Genesi 7
(Riflessioni
fantasticanti e un po' fuori tema)
“E Jahweh disse a Noè…”
“…entrarono come gli aveva comandato Elohim; poi Jahweh chiuse la porta dietro
di lui.”
Il dio della Genesi viene talvolta indicato con il
nome di Jahweh, tal altra con quello di Elohim: il primo simboleggia l’Uno,
mentre il secondo – essendo un plurale e anche un femminile – indica la
molteplicità delle energie divine. Un aspetto, dunque, unitario dell’esistente,
i ‘molti riassunti nell’Uno’, e un aspetto differenziato, dalle infinite
sfaccettature, l’’Uno suddiviso nei molti’. Jahweh, inoltre, con le sue quattro
lettere ebraiche, jod-he-vau-he, è il quaternario, è un mandala, è una struttura
archetipica di stabilità, ordine e completezza, in relazione con gli elementi,
le stagioni, il ciclo del sole, i piani dell’Albero della Vita, eccetera. Elohim
non ha un numero preciso, è molteplice, indefinito, senza struttura, ‘circolare’
e in espansione: immaginiamo la sensazione che può dare il cielo stellato.
Qualche volta il divino si presenta alla percezione mistica come unitario, altre
volte come multiforme.
“…essi furono sterminati dalla terra e rimase solo Noè e
chi stava con lui nell’arca.”
Ci sono dei momenti, delle fasi della vita, in
cui dobbiamo rimettere tutto in discussione e cercare di capire cosa rinnovare,
cosa eliminare, che dobbiamo valorizzare e far crescere, di quali fardelli
dobbiamo liberarci: se non procediamo da noi stessi in questa periodica ‘purificazione’,
sarà la vita stessa a condurci in situazioni nelle quali dovremo comunque
cambiare eliminando il ‘vecchio’ e accogliendo il ‘nuovo’. A pensarci bene ‘Noè’
assomiglia foneticamente a ‘neo’, nuovo, anzi ne è l’anagramma: chissà che non
ci sia un effettivo e antico legame etimologico. Noah, comunque, vuol
dire in ebraico quiete, riposo, e anche ‘ciò che allevia’. La
capacità di rinnovarsi è importantissima: senza di essa non sapremmo crescere,
non potremmo evolvere, non procederemmo verso la vera pace e l’effettiva
soluzione delle nostre conflittualità, interne o esterne che siano.
“D’ogni animale puro prendine a sette a sette, un maschio
e la sua femmina…perché ancora sette giorni e io farò piovere…” “E avvenne, al
settimo giorno, che le acque del diluvio furono sopra la terra…”
Essendo sette i centri che formano la nostra
costituzione psico-fisica, nel momento in cui andiamo a ingenerare in noi stessi
una rivoluzione, è proprio questi centri che dobbiamo ‘pulire’ e da questi
ricominciare a costruire. Secondo la scienza dello yoga i chakra sono
sette, e ognuno d’essi ha una polarità maschile-femminile, centripeta-centrifuga,
una potenzialità d’estroversione-introversione che va salvaguardata e rinnovata.
Tutto nella nostra esperienza di vita è importante, utile allo scopo
dell’evoluzione della coscienza; quando ci rinnoviamo, però, facciamo il punto
della situazione, eliminiamo il superfluo, la zavorra, superiamo le nostre
limitazioni, e valorizziamo ciò che ci fa andare avanti, i semi di
consapevolezza. Nel buddhismo si parla di ‘sette coscienze’ che
rappresentano l’esperienza individuale e la relazione con l’ambiente: le prime
cinque sono ‘coscienze’ connesse con i cinque sensi intesi come facoltà o
funzioni dello spirito: per esempio la ‘coscienza’ auditiva è la capacità di ‘udire’,
o intuire, il suono mistico e primordiale del mondo, di ascoltare l’insegnamento
e di farne tesoro accogliendolo; e così via per le altre quattro facoltà
sensitive, di cui il corpo e i sensi fisici sono soltanto l’espressione più
‘materica’ ed ‘esterna’. La ‘sesta coscienza’ è la funzione della mente atta a
coordinare tutto ciò riferendolo ad un ‘io’ senziente; la ‘settima’ è
l’intelligenza razionale, la capacità di pensare, ciò che in psicologia verrebbe
definito l’aspetto ‘conscio’ della mente. Esistono, però, altre due ‘coscienze’,
per un totale di nove. L’ottava è detta ‘alaya’, ‘deposito’: in essa sono
contenuti tutti i semi karmici del passato dell’evoluzione individuale,
come anche quelli che si creano nel presente e che si manifesteranno nel futuro;
per esempio, mentre le prime sette coscienze vengono abbandonate dopo la morte,
l’ottava segue l’individuo nella sua serie di rinascite, attraverso le varie
incarnazioni. Osserviamo che l’ottava coscienza può corrispondere abbastanza
bene all’inconscio della psicologia, il grande ‘calderone’ dei sedimenti
psichici individuali e collettivi. La ‘coscienza alaya’ è la nostra ‘arca’:
sopravvive al ‘diluvio’ della morte, ma anche ai ‘diluvi’ delle nostre
trasformazioni, talora molto legate al dolore, alla sofferenza, comunque al
lavorìo della vita: in essa vengono custodite le sintesi dell’esperienza,
gli enigmi da sciogliere, ciò che ci anima, gli elementi ‘puri’, i karma
positivi, e quelli ‘impuri’, i veleni, i semi karmici negativi. In sanscrito i
semi karmici si chiamano samskara, e il loro significato è
spiegato e codificato in uno dei primi e fondamentali insegnamenti del Buddha
Shakyamuni: la ‘catena di originazione condizionata’, dove dai samskara
procede ogni nuova rinascita. Anche i samskara, comunque, vengono ‘originati’.
Da che cosa? Da ‘avidya’, l’ignoranza della nostra vera natura, cioè
della coscienza ‘amala’. La nona coscienza è ‘amala’, ‘incontaminata’,
ed è la parte più profonda di noi, il Buddha in noi, il Vero Io, il Sé, il
Testimone, la Scintilla Divina. In realtà il ‘vero diluvio’, interpretato come
lavacro di purificazione – nella speculazione ebraica l’acqua è simbolo della
‘misericordia’ divina, quindi della grazia salvifica - sarebbe quello capace di
lavare via tutte le incrostazioni della ‘coscienza deposito’ per riuscire a
rivelare la ‘coscienza incontaminata’. Nel buddhismo giapponese questo processo
viene chiamato kanjin, ‘osservare la propria mente’, che implica anche il
“pulire lo specchio”, cioè la propria consapevolezza.
“… nell’anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo
mese, nel diciassettesimo giorno del mese…” “E la pioggia fu sulla terra per
quaranta giorni e quaranta notti.” “Di quindici cubiti di altezza le acque
divennero poderose e copersero i monti.” “E le acque furono poderose sopra la
terra centocinquanta giorni.”
Il testo ci presenta una serie di numeri: alcuni sono
abbastanza facilmente spiegabili, altri necessiterebbero di una conoscenza
approfondita della lingua e della cultura ebraica per poter essere compresi.
Tuttavia i simboli archetipici ‘parlano’ anche al di là delle culture, quindi si
può tentare una interpretazione, per quanto approssimativa e imperfetta:
1. Il numero quaranta non presenta difficoltà: il ‘4’ è veramente la
rappresentazione del mandala universale, esemplificato – come già detto – nello
stesso tetragramma jod-he-vau-he. La caduta della pioggia dura quaranta giorni
e notti a indicare che la purificazione è completa: avviene sui quattro piani
dell’Albero cabalistico moltiplicati per il numero delle Sefiroth, il dieci.
2. Quindici cubiti di altezza dell’acqua che copre ‘poderosamente’ la terra
per centocinquanta giorni: il numero è lo stesso, l’intero più la sua metà, cioè
10+5 o 100+ 50; insomma come a dire 1,5 o uno e mezzo. In ambedue i casi si
allude alla caratteristica dell’acqua di ‘sovrastare’, prima in senso spaziale,
poi in senso temporale: l’’intero’ è coperto per tutta la sua estensione, più
una sua metà. Simbolicamente il confronto fra l’intero e la metà allude allo ‘spezzare’,
al piegare, al sottomettere. Cosa può significare dal punto di vista interiore?
Secondo me, poiché si parla di ‘purificazione’ operata dalle acque diluviali, il
significato non può che essere quello del ‘pentimento’. Nel buddhismo giapponese
questo termine si traduce con ‘sange’. ‘Fare sange’ vuol
dire chiedere scusa a sé stessi, alla propria natura più profonda, al Sé, per
una incomprensione verso la Legge Mistica e per la conseguente sofferenza in cui
abbiamo impegnato la nostra vita. In sostanza, facendo sange, si afferma la
consapevolezza della nostra buddhità e la determinazione a pulire il nostro
karma ricominciando qui ed ora. E’ una grande decisione di libertà.
Nell’ebraismo, forse, questo stesso sentimento, o qualcosa di simile, si può
raggiungere con la preghiera e il colloquio diretto con il Signore: può darsi
che non a caso i Salmi di Davide siano proprio …centocinquanta!
3. L’età di Noè nel momento in cui inizia il diluvio è di seicento anni, due
mesi e diciassette giorni. Se Noè rappresentasse una razza, un lignaggio, un
tipo di umanità, il 17/2/600 potrebbe essere un momento della sua storia.
Tuttavia, oggi, è per noi difficile, forse impossibile, ricostruire da questo
punto di vista il dato oggettivo di questa numerazione: dobbiamo accontentarci
di esaminarne la simbologia, magari senza discostarci troppo dalla mentalità dei
redattori del testo. Per esempio potremmo notare che nella remota antichità
vigeva, forse in tutto il mondo, il sistema sessagesimale di numerazione
e calcolo: così era in babilonia, così era nelle culture precolombiane
d’America, così era per i cinesi. In particolare il sistema sessagesimale
sopravvisse a lungo per il computo del tempo, degli anni, dei cicli di anni.
Seicento, quindi, potrebbe alludere ad un ‘grande ciclo’, un ciclo completo:
dopo il suo compimento inizia qualcosa di totalmente nuovo. Il ‘secondo mese’,
nel calendario ebraico si chiama Heshvan, e corrisponde abbastanza bene
al periodo dell’anno in cui nell’astrologia – anch’essa di antica origine, forse
caldea o babilonese – cade il dominio dello Scorpione. Quest’ultimo segno
zodiacale o simbolo allude alla morte dell’anno, che viene ‘ucciso’
improvvisamente dal ‘pungiglione’ di ottobre-novembre: la natura si decompone,
la pioggia cade, la terra di raffredda… quasi come nel diluvio del nostro
racconto! Il ‘diciassettesimo giorno’: poiché i mesi ebraici sono di ventinove o
trenta giorni con mesi intercalari aggiunti ad anni alterni, possiamo dire che
il numero delle trentadue vie della saggezza della cabala non è troppo
diverso dal numero dei giorni che ci sono in un mese. Se il ‘diciassettesimo
giorno’ corrispondesse, quindi, al 17° sentiero dell’Albero, troveremmo
che il suo nome sarebbe sekhel ha-hergesh, cioè ‘intelletto del
sentimento’. Secondo i commentatori ebraici il ‘sentimento’ di cui si parla
e di cui si ha ‘intelletto’, cioè consapevolezza, è la fede: facendo
mente locale su una situazione critica come quella descritta - volta alla presa
di coscienza dei propri limiti, al pentimento e alla purificazione – la fede
diviene una potente facoltà nel sentire in sé stessi l’unità del Tutto, per
comprendere che anche i momenti della prova sono opportunità offerteci dalla
‘misericordia divina’ o, per dirla ancora una volta con i termini buddhisti,
dalla compassione universale.
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